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Nessun risarcimento per le vittime, annullamento della sentenza senza rinvio e prescrizione del reato: questo l’esito, un paio di settimane fa, del maxiprocesso Eternit che aveva visto in una prima fase processuale condannare a 18 anni di carcere magnate svizzero Stephan Schmidheiny, e che il PG Francesco Iacoviello è riuscito a far annullare.

Una sentenza, questa della Cassazione, che lascia allibiti e sconcertati i familiari delle vittime del disastro di Casale Monferrato, che hanno scandito a voce alta “Vergogna, vergogna!” alla lettura della sentenza, che chiedono giustizia per i loro familiari morti per via della contaminazione da amianto.

Se da un lato c’è la legge, che prevede la prescrizione in caso di un reato avvenuto così indietro nel tempo, dall’altro c’è la giustizia a cui si appellano i familiari delle vittime, che sono state migliaia, affiancati dagli ambientalisti che reclamano a gran voce una sorta di giustizia e di risarcimento anche per quel che riguarda il grave danno ambientale, doloso e continuato, che avrà conseguenze che si ripercuoteranno anche sugli anni a venire. E che, proprio per questo, non può essere considerato un reato soggetto a prescrizione.

Una sentenza come questa, alla vigilia dell’avvio dei processi contro l’Ilva di Taranto, non può che far riflettere su un sistema giudiziario che permette alle aziende di agire in modo indiscriminato nell’illegalità, avvelenando impunemente ambiente e mettendo a repentaglio la vita delle persone.

Da qui si evince l’importanza di scegliere sempre, sia come business partner che come fornitori di prodotti e servizi, aziende che assicurino un comportamento etico. Sempre e comunque.

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